Non è finito tutto

La graphic novel su Antonino Caponnetto

I nostri doveri verso nonno Nino (Caponnetto)

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Lucia Grassiccia – Ondaiblea

Sarà senso di colpa o senso di appartenenza, ma ogni buon siciliano fuori dall’isola sente che non sta facendo abbastanza per la sua terra. Della storia di uno di questi siciliani narra Antonino Caponnetto – Non è finito tutto, fumetto disegnato da Luca Ferrara e sceneggiato da Luca Salici (Round Robin Editrice, 2012).

Il giudice Antonino Caponnetto, nato a Caltanissetta nel 1920, non meditò a lungo prima di lasciare Firenze, dove si era stabilito, per prendere il posto di Rocco Chinnici nel capoluogo siciliano. Chinnici, per intenderci, era stato il Capo Ufficio Istruzione al Tribunale di Palermo, esploso il 28 Luglio 1983 in un’auto imbottita di tritolo. Caponnetto chiese di sostituirlo e la sua domanda fu accettata, arrivò in un tribunale che lo accoglieva con scetticismo. Un “espatriato” che credeva di poter fare qualcosa contro la mafia. E invece Caponnetto aveva le idee chiare e fece, fece molto. Deciso a seguire il metodo sostenuto da Chinnici, basato tra l’altro sulla condivisione delle informazioni tra i magistrati, istituì il pool antimafia, di cui fecero parte Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. E poi il maxi processo del 1986 (474 imputati, di cui 211 dietro le sbarre, all’interno dell’aula bunker costruita appositamente. Sì, un po’ come quel che si vede nel film di Fantozzi, che però fa un po’ ridere), che diede un colpo all’organizzazione mafiosa mai assestato prima.

Una chioccia che “incuteva timore come nessuno a Cosa Nostra” dice Manfredi Borsellino (figlio di Paolo) parlando di Caponnetto in uno degli interventi a fine volume, accanto a quello di Riccardo Orioles, Pietro Grasso, Maria Falcone e altri. Nonostante il suo aspetto innocuo, la sua voce tenue, che nascondevano una grande forza morale, nonno Nino era ben consapevole di come occorresse muoversi. Iniziò a farsi chiamare così per ragioni di sicurezza, come racconta la moglie Elisabetta Baldi Caponnetto: “Quando mio marito tornò a Firenze, nel Febbraio del 1988, le minacce continuavano. Allora per proteggerlo ci riferivamo a lui chiamandolo ‘nonno’ al telefono. Per tutti rimase ‘nonno Nino’, anche dopo.”.

Il Non è finito tutto, riportato nel titolo del volume, a cosa si riferisce? Alle celebri parole di Caponnetto nel giorno in cui baciò la fronte del “figlio” Borsellino, all’obitorio, con il volto stravolto dall’amarezza. “È finito tutto” aveva detto, e non era riuscito ad aggiungere altro. Ma fu lo sconforto di un momento, dettato dal dolore, dalla rabbia. Uno sconforto di cui subito si pentì, come fu chiaro dal suo discorso in chiesa, ai funerali. Negli anni a venire, ormai in pensione, il giudice decise di andare per le scuole di tutta Italia, parlare ai giovani, ai piccoli, raccontare di cosa si era occupato, cosa fosse la mafia, come si potesse combatterla se davvero organizzati. “La mafia ha più paura della scuola che dei giudici perché prospera sull’ignoranza“ girava per i social network nei giorni della bomba a Brindisi, poco tempo fa, quando si sospettava sulla sua origine mafiosa. Queste parole sono di Caponnetto.

Certo oltre ad ascoltare lui occorre ascoltare quel che successe dopo di lui: sicuro che Falcone avrebbe preso il suo posto, Caponnetto tornò a Firenze; in realtà il posto di Capo Ufficio Istruzione fu vinto da Antonino Meli per un solo voto. I metodi cambiarono, una linea che era stata vincente fu interrotta. Come mai? La risposta si potrebbe trovare, se non in quel che succede ogni giorno in Italia, in un film come Cento giorni a Palermo, citato nel fumetto (1984, regia di Giuseppe Ferrara), in cui un operaio chiede al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa:

 

Generale, ma tu a Palermo che ci sei venuto a fare, la rivoluzione?

No”.

E allora che cosa?

A far funzionare lo Stato

E questa non è rivoluzione?”.

 

Già, lo Stato.

Tra le vignette e i disegni spigolosi viene citato anche l’articolo I professionisti dell’antimafia di Leonardo Sciascia pubblicato dal Corriere della Sera. Scomodo, controcorrente, insinuante, e tuttavia da conoscere.

Mentre le prime pagine riportano i versi di Ignazio Buttitta, interpretati dalla durezza vocale di Rosa Balistreri, Terra ca nun senti, prima di illustrare l’esplosione di via d’Amelio.

Nonostante tutti i film e i libri che narrano i fatti di mafia, la mafia è stata ed è una faccenda assolutamente concreta, che ben poco ha di romanzesco. E chi realmente l’ha affrontata va ricordato, non solo chi cade sotto di essa. Caponnetto morì di morte naturale nel 2002, sebbene almeno un paio di volte anche lui a Palermo, fuori dalla caserma, fosse atteso da un’auto al tritolo. Non solo le morti clamorose, ricordiamo anche le azioni più silenziose.

 

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