Non è finito tutto

La graphic novel su Antonino Caponnetto

massimo del papa

L’ultima intervista di Antonino Caponnetto

| 0 commenti

La possibilità di rimettere tutto in gioco

di Massimo Del Papa
Il Mucchio Selvaggio, n° 566, 17-23.2.2004 

Quando Daniela Federico mi ha detto che Antonino Caponnetto, l’ex capo del pool di Palermo, il padre professionale (e qualcosa di più) di Falcone e Borsellino, era disposto a farsi intervistare non ci credevo, mi pareva uno scherzo e sono partito immediatamente per Firenze anche se mancavano 36 ore a Natale e l’intero mio tragitto, negli specchietti meteo dei tg, era scandito dai maledetti cristalli di neve. In viaggio ricordavo il ritratto che di Caponnetto fa un suo pupillo, Gherardo Colombo, in poche, splendide righe ne Il vizio della memoria: “Caponnetto, oggi ormai ultimo simbolo dell’ufficio istruzione di Palermo, simbolo della svolta, simbolo dell’impegno. Caponnetto e la sua dirittura morale, il rigore, la profondità, l’umanità, la modestia, la ritrosia, la misura. Caponnetto, costretto per sicurezza a vivere anni, a Palermo, lontano dai suoi, in una caserma. Caponnetto, che adesso gira le scuole per insegnare ai ragazzi cosa sono le regole, e perchè seguirle, cosa sono la mafia, la corruzione, il potere colluso, le intese occulte e perché rifiutarle, comunicando entusiasmo e tenendo per sé la stanchezza degli anni, il dolore per gli amici caduti, quasi figli, fratelli”.
Scoprirò che Caponnetto è questo e ancora altro, è uomo che ti entra sottopelle, uomo di orgoglio e carattere e insieme di tenerezze profonde e mascherate. Uomo passato dall’inferno palermitano, del quale ha assorbito una sicilitudine fatta di dubbi illuminanti, di domande che rispondono, di silenzi che parlano, spiegano. E di parole parche ma dense, pesanti come pietre, strazianti come pietre. Parliamo, e i canarini in gabbia cantano sopra i nostri discorsi, li accompagnano, li condiscono di freschezza e, così mi sembra, di una incredibile, fragile, ma ostinata speranza.

Dottor Caponnetto, lo Stato lo fanno gli uomini, i cittadini. Questo Governo di centro-destra lo peggiora o lo migliora?
A detta sua, di Berlusconi, il suo Governo vorrebbe rifondarlo: “Lo Stato siamo noi e costruiremo il nuovo Stato”, ha detto; o qualcosa del genere. Ma le prime mosse non sembrano così felici: se solo si pensa agli interessi che ha sistemato, suoi personali e del suo gruppo, nei primi cento giorni, c’è da sgomentarsi, da preoccuparsi … sì, è qualcosa che lascia sgomenti proprio, per l’avvenire del Paese.

Tra le prime mosse c’è la separazione delle carriere in Magistratura, che anzi si dà per imminente o quasi. Lei che ne pensa?
Ma si trattasse solo di questo, sarebbe ancora rimediabile, perché in definitiva significa nient’altro che una separazione delle funzioni; questo è un passo col quale, a suo tempo, anche i magistrati che si riconoscevano nella corrente di “Magistratura indipendente” avevano deciso di collaborare. Ma nulla di più. Mentre, in controluce, la manovra sembra effettivamente preludere a qualcosa d’altro e di più.

Per esempio a che cosa: a dare, da parte dell’esecutivo, la linea alla Magistratura?
Ciò che è più pericoloso, è stabilire le linee guida cui si dovrebbe conformare la Magistratura, soprattutto quella inquirente, quella dei pubblici ministeri. Stabilire all’inizio dell’anno scolastico… giudiziario (non capisco se è un comprensibilissimo lapsus polemico, o una raffinatissima ironia, ndi) quali sono i reati da perseguire e quali quelli no… ovvero dettare un indirizzo politico proprio, ai “pm”… questo è particolarmente grave.

Ma c’è una percezione del pericolo, e di conseguenza una reazione, nella cittadinanza? Non le sembra che si tenda viceversa ad assorbire in modo supino questi, che sono autentici pericoli per il sistema democratico?
Sì: spesso non ce ne si rende nemmeno conto. Molti non se ne avvedono. A parte il fatto che c’è una parte di Magistratura che condivide lo stesso scopo, essendo evidentemente interessata a certe risoluzioni e a certi programmi. C’è una parte di Magistratura che ormai pende con evidenza a destra, ed è quella, che fa più paura: i Cicala, i vari personaggi del genere.

Difficile operare quando si è attaccati, addirittura diffamati giorno dopo giorno. Cosa pensa di queste quotidiane aggressioni alla Magistratura e a certi magistrati?
“Lui” ha sempre detto che ha a cuore la libertà e la tutela dei magistrati…

… e meno male!
- Meno male!
-
Ma come può un potere dello Stato svolgere, non diciamo serenamente, ma almeno svolgere, il suo lavoro sotto una simile gragnuola di colpi?
Riesce difficile, riesce impossibile. Qui sono in gioco le parti proprio, la democrazia, i princìpi fondamentali dell’equilibrio dei poteri. Ed è questo il fatto grave, soprattutto, che sfugge alla gran parte dei cittadini: non sono interessati a questo problema, o… non lo so. So che è una situazione grave, effettivamente grave.

Ma quando un potere dello Stato ne attacca un altro, e annuncia minacciosa insofferenza per la stampa, tranne quella sua: non è l’anticamera del regime?
(lungo silenzio) Sicuramente: l’anticamera di un regime, nel senso che è tipico delle dittature proprio, questo incedere, questo adoperare i mezzi di comunicazione.

… e anche questa rivolta di un potere dello Stato contro un altro, indipendente e sovrano…
Infatti.

Vorrei insistere sulle leggi fatte passare dal Governo Berlusconi durante i primi cento giorni di attività. Quella sulle rogatorie, per esempio, che ha visto ricorrervi per primi proprio quelli che le avevano volute e adottate. Imputati di governo, si potrebbe dire. In cosa consiste, soprattutto, questa legge?
È una legge che ha stabilito in definitiva delle formalità estremamente… rigorose per l’ammissione delle rogatorie, cioè richieste di collaborazione, con documenti e atti, tra magistrature di Paesi diversi. L’aspetto più significativo, perché allarmante, sta nella sua retroattività, cioè l’applicazione per processi già in corso, già maturati nel passato. È questo, che consente di volgere a fini privati l’istituto in questione. Fini privati, cioè un certo gruppo ristretto di avvocati… di avvocaticchi.

Questa legge sulle rogatorie influisce nelle indagini di mafia?
Riguarda, coinvolge anche diversi processi per fatti di mafia, sicuramente. Addirittura reati legati alla pedofilia.

Quindi rende più difficili indagini e processi in questi ambiti?
Certo!

E invece la legge sul rientro dei capitali dall’estero? Quella influisce, interferisce con le indagini sul riciclaggio, cioè una delle fonti privilegiate cui la mafia attinge?
Sì, tra l’altro questi capitali dall’estero erano di natura non sempre accertata, non per niente stavano là… e in questo modo rientrano legittimati…

… ripuliti…
ripuliti, ecco. Pagando lo scotto di una penale…

… il 2,5%, più o meno pari alla tariffa degli spalloni che li avevano portati oltreconfine…
Sì, infatti.

Quindi: io mafioso, che ho tanti capitali illeciti all’estero, li posso riportare in Italia, con la conversione dalla lira in euro, senza nessun chiasso, senza che nessuno sappia chi sono… perché è previsto l’anonimato…
L’hanno chiamata “legge per la sicurezza”… o qualcosa del genere, non ricordo bene, ma…

Ho capito. Senta, voi del pool di Palermo siete stati i primi, all’inizio degli anni ’80, ad adottare la formula “follow the money”, che poi ha permesso di ricostruire per la prima volta, tra l’altro, la contiguità di settori del mondo politico e industriale con la mafia. Adesso, con simili norme, sarebbe ancora possibile?
Non credo. E questo mi addolora ulteriormente perché cade in un momento in cui i giovani si stanno riaccostando alla politica: sarebbe un momento interessante, questo che viviamo oggi, si nota proprio questo riaffacciarsi dei giovani, in modo magari confuso, qualche volta non ordinato… ma comunque questo riaffacciarsi, questo tornare ad occuparsi di politica… che è un risveglio vitale, che aspettavamo, decisamente positivo.

Perché lei dice che queste norme, in quest’ottica, la angustiano? Perché possono scoraggiare, ostacolare questo risveglio?
Certamente. Appunto lamentavo che proprio in questo momento, in cui c’è ansia, da parte dei giovani, di riscoprire la politica, sorgano simili difficoltà.

Si dice che anche la delinquenza, la mafia sono globalizzate: ma pochi immaginano quanto. Il pool da lei diretto, e con Falcone e Borsellino, nel 1985 scopre addirittura una rete di narcotraffico gestita dal cinese di Taiwan Khun Sa, alias Chung Chi Fu…
Chun Chi Fu, sì.

…questo era un boss con 18.000 uomini a disposizione, e con collegamenti in Italia nella mala romana e, in Sicilia, con il boss Rosario Riccobono. Insomma la rotta Thailandia-Roma-Palermo. Poi Khun viene arrestato, estradato e, per non venire fatto fuori, collabora. 
Esatto, proprio così.

Emergeranno, tramite intecettazioni ed altri riscontri d’indagine, coinvolgimenti di personaggi sommersi quali Filippo Salamone, definito dal pool palermitano “elemento di spicco delle cosche sicule, addetto allo spaccio e al riciclaggio”. 
Sì, è vero.

Torno a chiederle: oggi, con le leggi nuove, tutto ciò sarebbe ancora possibile?
No! Assolutamente no.

Cosa pensa del ricorso ai pentiti, e soprattutto della demonizzazione che poi se n’è fatta?
I pentiti sono stati una fase necessaria, inevitabile proprio, della lotta alla mafia: senza di loro, non avremmo fatto quei passi decisivi; nessuno, dico nessun passo sarebbe stato compiuto: ci saremmo dovuti fermare alle prime difficoltà.

Perché sono stati così demonizzati, allora?
Eh, perché quando hanno cominciato a rivelare fatti che davano noia a qualcuno, sono cominciati a passare dalla parte del torto. Cioè li hanno messi, li hanno voluti mettere dalla parte del torto.

C’è chi dice che questi pentiti erano manovrati, che servivano a inchiodare persone per bene…
(lungo, lunghissimo, infinito; trattenuto silenzio)

Va bene così, mi ha già risposto, altrochè se mi ha risposto. Senta, lei come prese la notizia dell’assoluzione di Andreotti dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa?
- Male!

Male perché?
Perché ero e sono convinto che ci fossero tutti gli elementi per procedere nei suoi confronti; era doveroso, iniziare l’azione penale.

Perché era doveroso? Le faccio questa domanda perché sono molti, e crescono sempre, quelli che sostengono che il procedimento a carico di Andreotti non si sarebbe neppure dovuto aprire…
Questo processo di beatificazione di Andreotti è ancora in corso, ma… io aspetto con ansia il giudizio d’appello. Perché resto convinto che andasse iniziata l’azione penale, cui d’altra parte fu il Parlamento a dare via libera (nuovo silenzio, non prolungato ma sufficiente a richiamarmi alla mente che la Corte d’Assise di Palermo, nel mandare assolto Andreotti, ritenne utile precisare nella motivazione che il suddetto piissimo superpotente, fresco di standing ovation in Vaticano per grazia ricevuta, s’era perso per strada qualche comandamento, ovvero aveva dichiarato il falso non meno di 23 volte – record processuale, e così sia)

Non sarà inutile ricordare che in Italia c’è un princìpio, cosiddetto della “obbligatorietà dell’azione penale”, per il quale il magistrato deve procedere in presenza di elementi precisi…
E non a caso, questo dell’obbligatorietà dell’azione penale è uno dei princìpi sui quali più si batte…

… per cancellarlo, vuol dire…
Esatto.

Perché?
Eh, perché da noia, da fastidio la Magistratura quando va a sentire certi elementi di spicco, certi personaggi della politica…

Quindi sarebbe meglio fosse il Governo, a dire ai magistrati quando debbono indagare e quando no…
E difatti è quello che si riservano di fare! Il piano per la Giustizia credo stia proprio qui!

Ecco, allora questa è la vera riforma della Giustizia! Senta, come giudica l’abolizione delle scorte per i magistrati più a rischio?
È una cosa pericolosa: estremamente pericolosa e avventata. Mi riferisco per esempio a Ilda Boccassini, il cui caso è eclatante anche perché tocca assistere alla commedia di Berlusconi il quale dice: ah, proprio ora che volevo ridarle la scorta, non me lo fanno fare…

Eh, ci abbiamo un presidente del Consiglio che non comanda niente, non può fare quello che vuole, vorrebbe proteggere i magistrati e non glielo fanno fare…
… certo, certo (sorride lievemente).

Bisogna dargli più potere ancora…
Poveretto, ha le mani legate, cosa vuole…

Proprio, le mani legate! Lui ce la mette tutta, ma… 
(sorriso più marcato)

Vi aspettavate queste leggi, questi attacchi?
No.

C’è chi ha detto, Bossi per non fare nomi: se arriva qualche sentenza sbagliata, faremo tabula rasa…
Eh, se ne sentono echeggiare molti, di slogan…

Però non mi pare fosse mai successo prima, che un potere autonomo e indipendente dello Stato fosse minacciato così a scena aperta…
(lungo, pensoso silenzio) … è questo che preoccupa di più, in prospettiva.

Secondo lei, dopo i successi dei primi anni ’90, come si è evoluta, o involuta, la lotta alla mafia?
La lotta alla mafia fu vicina al successo negli anni ’93-’94: eravamo veramente sulla strada giusta, come dicono Ingroia e Caselli nel loro recente libro… eravamo vicinissimi a fare il grande passo, e…

…e poi cos’è successo?
Non lo so con esattezza; non lo so, anche perché non avevo più modo di seguire le indagini direttamente, dal ’92 ero in pensione, avevo lasciato Palermo e con lei tutti i propositi che nutrivo.

Ma penso che si possa almeno dire questo, che gradualmente, negli anni, di lotta, di emergenza mafia si è sentito parlare sempre meno; di attenzione contro – non verso – Cosa Nostra si è parlato sempre meno. Perché, secondo lei?
Perché ora è di moda la convivenza con la mafia. E difatti, non c’è un solo partito che della lotta contro di essa ne abbia fatta una priorità!

Ecco! Lo stesso centrosinistra, cioè quelli che hanno governato fino a ieri, non ha delle responsabilità, quanto a questo?
Ma direi di sì! Anzi molte responsabilità.

Aveva ereditato una situazione favorevole, se non sbaglio: quella degli anni cui faceva riferimento lei, della cattura di Riina… perché, pèrchè non ha portato avanti questo impegno, che era tra i primissimi per la salute della Repubblica?
E questo è il rimprovero che io continuo a muovere al centrosinistra, di non aver saputo intepretare certe linee di comportamento, certe linee politiche…

Ma era solo incapacità di interpretare, magari eccesso di ottimismo in una battaglia che si riteneva già vinta? O non c’era magari un interesse, una convenienza anche nel centrosinistra ad andar d’accordo con la mafia, quantomeno a non stuzzicarla troppo?
È difficile dirlo, è difficile arrivare a dire una cosa del genere.

Come si è evoluta la mafia? Si dice: spara di meno, ma comanda di più…
La mafia ci sta sommergendo. Cioè sta agendo in profondità, ha esteso i suoi rapporti col potere e con lo stesso potere mafioso; con quello politico, anche… sono emerse determinate situazioni, sul controllo degli appalti, pubblici e privati, da parte della mafia… cose veramente inaudite.

Vivere a Palermo, rinchiuso per anni in una caserma, come ha fatto lei, come Caselli, come altri meno fortunati, per combattere l’aria che cammina, e che un giorno esplode. Si dice che a Palermo un giudice piano piano viene isolato, che prima di ucciderlo lo si rende morto che cammina, col silenzio, l’isolamento. Al generale Dalla Chiesa non squillava più il telefono, nessuno lo cercava. Finchè lo hanno trovato i killer. Come si può resistere?
(lunghissimo silenzio, forse gravido di ricordi)

Bastano le motivazioni interiori?
Bisogna arrivare a pensare, a sentire come Paolo e Giovanni (Borsellino e Falcone, ndi), considerare inevitabile la propria fine. Questa è la loro storia: la storia di due che sapevano che sarebbero stati presi di mira, che sarebbero rimasti progressivamente isolati, e che avrebbero fatto quella fine. Tra loro scherzavano su chi ci sarebbe arrivato prima: “Tocca prima a me o a te?”, dicevano.

E poi l’hanno fatta quasi nello stesso momento. Quasi…
Sì…

Che reazione ha avuto? Umanamente… lo so che è una domanda stupida, però io voglio sapere la sua reazione di uomo, anche di fratello maggiore, di padre professionale, di amico. Cosa subentra dopo due tragedie così: la rabbia, l’accasciamento, la resa…
(lungo silenzio, poi un sussurro, quasi un sospiro parlato)… io so soltanto che… seppi sempre di sera, per ciascuno dei due attentati, Capaci e via D’Amelio. So che mi trovai all’improvviso su un aereo, dopo un turbine di telefonate, e quando scesi mi ritrovai in questa… incredibile bolgia palermitana… in cui avevano perso tutti la testa…

Vorrei chiederle un ricordo breve, brevissimo, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Se lei dovesse raccontarli ai giovani, che poco o nulla sanno delle loro storie, del loro sacrificio…
Io di Giovanni ricorderei il sorriso. Ricorderei la luce degli occhi quando si sposò, alla chetichella, senza che nessuno sapesse… neanche Paolo lo sapeva. C’eravamo solo io e il sindaco, Leoluca Orlando. Fu l’unico giorno in cui vidi brillare gli occhi di Giovanni. Lui aveva sempre uno sguardo un po’ velato… un po’ arabeggiante. Invece quel giorno i suoi occhi sorridevano, felici come non li avevo mai visti, e non li avrei mai più rivisti.

E Borsellino?
Paolo… c’era un legame speciale tra me e Paolo (lungo, troppo lungo silenzio) Fin dal primo momento con Paolo ci fu un rapporto tutto speciale perché… perché lo sentivo diverso dagli altri… una persona con cui riuscivo a confidarmi, spontaneamente, naturalmente… poi… lo impressionò, favorevolmente, la sollecitudine che io dimostravo per alcune sue vicende familiari… questa partecipazione me lo avvicinò molto… molto… un rapporto affettivo, sì… profondo…
(altro silenzio, si spande nella stanza tappezzata di foto, di ritratti dei due magistrati, si posa su un vecchio articolo di giornale che titola a caratteri cubitali: “Borsellino vive”)

Senta dottor Caponnetto, che città è Palermo? Perché è così diversa da tutte le altre?
Non lo so perché: non l’ho mai capito.

È una bella risposta. L’ex sindaco Orlando diceva che vi regnasse il Pamm: politica, affari, mafia e massoneria. Pensa che sia ancora così?
Temo proprio di sì.

Come ha giudicato questo successo elettorale, e in Sicilia e a Palermo, del 100% per il centrodestra? Come è stato possibile in una città che, fino a pochi anni fa, votava diversamente, lei lo sa…
Me lo chiedo con angoscia: che ne è, delle decine di migliaia di persone che incontravamo, con cui parlavamo di Falcone e Borsellino, di ideali, di cambiamenti… e venivano, venivano da riempire le sale, le piazze. Venivano… e ora dove sono quei ragazzi, dove sono finiti? Me lo chiedo con angoscia…

Lei però ha deciso di cercarli i giovani: smessi i suoi impegni da magistrato, ne ha subito assunti altri, si è dedicato a incontrare gli studenti, ha girato per città, per scuole e associazioni. Cosa diceva a quei giovani, cosa continua a dire loro, ancora oggi? Perché si è sentito in dovere di rimandare un riposo meritato per inventarsi un’altra missione, costringendosi a viaggiare con grande impegno e intensità?
All’inizio giocò soprattutto l’esigenza interiore di parlare di Giovanni e di Paolo. Tutto nacque legato a questo. E poi si allargò ad altre esigenze, come quella di parlare ai giovani di legalità.

E loro, come reagivano?
Ma reagivano con molto entusiasmo, allora. Per questo mi chiedo, senza trovare risposta, perché mai non sia più possibile fare discorsi di questo genere: che cosa è cambiato?

Pure, lei mi diceva poco fa che segnali di risveglio, di una ritrovata attenzione si scorgono: questo non autorizza una speranza, cauta fin che si vuole?
Sì: speranza in un coraggio ritrovato, soprattutto nelle ultimissime leve di giovani, quelli che proprio ora si affacciano al dibattito, alla discussione, all’attenzione collettiva, che poi vuol dire la politica. Ma è un fenomeno degli ultimissimi tempi.

Anche in modo confuso, o confusionario, diceva lei poco fa. Dei movimenti no global, a proposito, cosa pensa?
Penso bene, li valuto in genere positivamente proprio perché hanno una potenzialità che forse non è stata ancora scoperta… io credo molto nella potenzialità di queste idee nuove che si stanno diffondendo nell’area “no global”.

Come ha giudicato i fatti di Genova?
Con molta indignazione: mi è sembrato che certe reazioni fossero inconsulte e… assolutamente, assolutamente antidemocratiche. Presi posizione subito, ho continuato a ribadirla fino ad oggi. Questi fenomeni… questa caserma di Bolzaneto… la stessa scuola Pertini… teatri di fatti gravi, inauditi.

Dottor Caponnetto, lei è rientrato nella mischia politica, in senso lato ma in prima persona; ha accettato nuovi impegni proprio qui a Firenze: vorrebbe parlarne?
L’impegno che più mi sta a cuore in questo momento, è quello nel Comitato per la Sicurezza nella Regione. Consiste nel coordinamento delle attività – eventualmente predisponendo anche proposte di legge ad hoc – volte alla sicurezza dei cittadini, in senso ampio.

Non è un impegno facile…
Non è un impegno facile. Però è bello. Data la mia età, ho validissimi collaboratori, gente che mi aiuta in modo scrupoloso ed efficace. Per questo ho deciso di accettare.

Firenze, invece, che città è?
Io condivido una preoccupazione a proposito di Firenze, e anche di questa esperienza che stiamo vivendo.

E cioè?
Come finirà questa esperienza: c’è un punto d’arrivo per lei? Io vedo certe strane manovre… che toccano i campi più diversi, perfino la società di calcio…

Beh, questo è… lampante proprio, se non addirittura clamoroso.
Una situazione pericolosa, perché… dà come l’idea di una manovra ben orchestrata… davvero non vorrei che Firenze finisse come Bologna.

Cioè che subentri una amministrazione di centrodestra?
Esatto. I segnali ci sono, il rischio attuale è che la Sinistra anche in questa città non riesca a rinnovarsi, a riproporsi.

Si sente sempre più ripetere, dagli stessi fiorentini, che questa loro è una città culturalmente morta, non ricettiva: il che è stupefacente, se solo si pensa a come vivano inzuppati, proprio, nella cultura… a lei questo risulta?
(lungo silenzio)… ma sui cosiddetti intellettuali di Firenze, io ho molte riserve: non mi sembrano molto dinamici, molto propulsivi… mi pare semmai una città che si sta richiudendo su se stessa. Anche nelle correnti culturali più aggiornate, più evolute si nota come un distacco, uno scollamento.

Da cosa dipende questo fiorentino sonno della cultura? Dal benessere, da una omologazione, una sindrome del Grande Fratello…
(sorriso)… sì, forse. Anche dal fatto che le formazioni politiche sono ormai ben allineate, quindi poco propulsive, poco innovative.

Lei ha un rapporto conflittuale col centrosinistra, come di uno che cerca di collaborarci, ne è parte integrante, ma spesso si scontra con delusioni e resistenze, non trova un terreno comune. Quali sono le le critiche che più si sente di muovere a questo schieramento?
Tante, sono tante… non c’è che l’imbarazzo della scelta…

Me ne dica una, quella che proprio non riesce ad accettare.
(lunghissimo silenzio)… di non aver saputo dare un ideale ai giovani. Che fanno fatica, che hanno così bisogno di essere capiti, seguiti…

Si dice spesso che sono cinici, i giovani, no?… che sono abituati fin da subito ad allinearsi, sono opportunisti, sono amorali. Secondo lei sono più cinici o spaventati?
Io credo che ci sia anche un senso di sgomento, di paura nell’imprevedibilità degli eventi, nel dubbio dell’avvenire… credo che sia difficile crescere oggi.

Il non sapere cosa succederà domani. Ma non è sempre così la vita dell’uomo, non fu così anche per voi, passati in mezzo ad una guerra mondiale?
Noi ci eravamo fatti appunto tante esperienze…

E oggi perché non hanno la pelle così dura?
Ma noi non abbiamo mai sofferto la mancanza di ideali. I giovani d’oggi invece mi angosciano perché non trovano chi li capisce, chi li indirizza bene.

Comunque anche loro, spaventati e disorientati finchè si vuole, non potranno non diventare degli uomini. Che tipo di uomini, e di cittadini, saranno?
Ho paura che saranno degli uomini insicuri, incapaci di trovare delle loro cifre d’espressione autentiche, impossibilitati ad uscire da questa perenne incertezza.

Perché, dottor Caponnetto, crescere in Italia sembra più difficile che altrove? Perché è così difficile diventare dei cittadini, maturare un senso civile, etico?
Perché la nostra è una nazione recente: non abbiamo ancora il senso della nostra identità, siamo un Paese appena fatto. Altre nazioni, come la Francia o la Germania, hanno un senso della propria appartenenza, della loro Storia, consolidato, maturo. Noi siamo solo agli albori di questo processo.

Però, questa incapacità di sentire la cosa pubblica come cosa di tutti, questo individualismo, o familismo, in ogni aspetto del vivere comune… perché? I giovani in questo non paiono migliori degli adulti, da 300 e più anni si passano il testimone di una indifferenza, per esempio rispetto al degrado urbano, che non è mai cambiata. Perché?
È un degrado continuo, eh?

Sì. Perché accettarlo, perseguirlo? Perché meglio il precario, il sommerso, l’ambiguo oggi che il funzionale, il tutelato domani?
Perché storicamente non abbiamo avuto il tempo di formarci una coscienza civile, nazionale. Siamo un popolo immaturo, ancora. Un senso dell’unità, un senso dello Stato, non sono cose che s’improvvisano. Sono frutto di decenni, secoli di applicazione.

Lei cosa pensa di questo tentativo d’inculcare il senso dello Stato a forza di inni nazionali, canterellati in ogni dove, perfino nelle trasmissioni a quiz o sportive, nei balletti, all’opera? È così che si costruisce una coscienza civile?
Eh, l’Italia non ha mai avuto il senso del limite, il senso del ridicolo non l’ha mai avuto! Anche questo è un portato della nostra inesperienza…

Forse anche l’abitudine a scimmiottare gli altri Paesi, ad importare un patriottismo che però, in quei Paesi, è cosa – e Storia – diversa…
Parlare di patriottismo in Italia… l’Italia conosce solo il patriottismo delle partite di calcio! Si limita a quello, il nostro patriottismo: allora si srotolano le bandiere, si sventolano…

Ma adesso però ce n’è anche un altro, quello delle partecipazioni militari ai moti di guerra. Lei che cosa ne pensa? Era giusto mandare dei contingenti in Afghanistan? E questo ha a che fare con un’idea di nazione?
Credo che la decisione del Parlamento fu presa giustamente: era essenziale, in quel momento, prenderla in quel modo. Questo non vuol dire condividere poi certe esasperazioni, certi vicoli ciechi in cui ci si è infilati. Però, la decisione in linea di principio mi parve ineccepibile. Quanto alle forzature nella esplicazione pratica, ci furono, ci sono: ma è cosa diversa, sulla quale è lecito nutrire critiche e riserve.

Ma non le sembra che, mi riferisco alla marcia pro Usa di un mese fa, ci sia stato anche lo stentato tentativo di riscoprire un’idea nostra di nazione andandola a cercare negli Stati Uniti? Sentirsi americani per sentirsi italiani?
Ma queste sono le solite pagliacciate all’italiana. Sì, quella fu proprio una pagliacciata, mal concepita, mal diretta: difettò proprio la regia.

Ma sono stati in pochi a dirlo. Lei che rapporto ha con la Stampa, con l’informazione oggi che è controllata per stragrande parte, direttamente o politicamente o coi rubinetti pubblicitari, dal presidente del Consiglio?
Il regime di monopolio dell’informazione è una delle caratteristiche prime delle dittature; è la linea di confine, ciò che differenzia le dittature dalle democrazie. Questo è il punto.

Però in questo caso sembra giusto dare conto di una variante: il monopolio informativo non è stato imposto ma quasi accettato, se non accolto, dalla cittadinanza. Che sapeva, almeno in linea di princìpio, ciò a cui andava incontro, ed ha votato di conseguenza. Ci sono anzi di quelli che dicono che, già così, c’è fin troppa libertà, ed auspicano una censura, un controllo più stretto da parte di chi comanda e divulga. Va dato atto a Berlusconi di non aver tolto niente, e agli italiani di essersi tolti qualcosa, da soli.
… gli italiani sono imprevedibili, sempre.

Cos’è la mafia, dottor Caponnetto?
Era, ed è ancora, l’organizzazione criminale più pericolosa e spietata che ci sia.

Ma non è anche un modo di essere, di sentire?
La mafiosità come stile di vita, modo di concepire i rapporti sociali, è un’altra cosa.

E questa mafiosità, finisce in Sicilia o risale per tutta l’Italia?
La mafiosità come modo di pensare si è fatta largo in tutti gli ambienti. Quanto alla mafia, l’ho sempre voluta definire come poc’anzi dicevo, perché quello è e quello rimane. Anche se molti fingono di dimenticarsene per strada.

Noi abbiamo un ministro che ha detto che bisogna conviverci…
… con la mafia, sì! “Bisogna convivere con la mafia”, proprio così ha detto… con delle idee del genere, non si può impostare una seria lotta alla mafia.

“Bisogna” convivere? O è, o sarà, possibile prima o poi farne a meno?
Certo, che è possibile farne a meno: i magistrati di Palermo lo dimostrano.

I magistrati di Palermo sono morti…
I magistrati che stanno operando ora. E che hanno comminato solo recentemente 52 ergastoli ad esponenti di cosche mafiose, di cui a stento si trova una riga sui giornali.

Ma la Magistratura da sola non può cambiare l’aria: può ripulirla, questo sì. I cittadini, però, cosa debbono fare, per spezzare il cerchio?
I cittadini debbono sapere che possono reagire, debbono provarci, provarci perché non è vero che tutto è già detto, già deciso.

Una domanda che ho già rivolto a Gherado Colombo: ha senso, consacrare la propria vita, mettere in conto di finire esploso, o sparato, per un Paese come l’Italia?
Certo che ce l’ha.

E se fosse una battaglia persa?
Ma le battaglie in cui si crede non sono mai perse.

La stessa cosa che mi ha risposto Colombo.
Che grande persona! Quando l’ha incontrato?

In febbraio. Grande persona, sì. Anche lui ha una serenità invidiabile di fronte a difficoltà non esattamente di tutti. Ma quando tutto intorno sembra crollare, quando le indagini non vanno a buon fine, quando i processi sortiscono assoluzioni, quando i tuoi colleghi, i tuoi amici, i tuoi cari vengono trucidati… quando anche l’opinione pubblica sembra voltarti le spalle, e ti ritrovi solo… come è possibile resistere?
Certo bisogna avere dentro dei forti ideali. Altrimenti non si farà nulla. Ancorarsi agli ideali, è la sola strada.

Anche quando c’è tutto un sistema intorno, media, televisione, società, amici, spesso anche la famiglia, che ti dicono chi te lo fa fare, fatti furbo, non rimanere indietro, mettiti dalla parte del più forte?… come fa uno di 15, 18 anni a mantenere una coerenza, una fedeltà a questi ideali?
A parte il fatto che questa frase, “stai col più forte”… mi suona male, preferisco “stai col più debole, col più indifeso, con chi ha più bisogno di te”. Ma quello che è essenziale, proprio, è rimodellare, rinforzare certi valori, certe stelle polari… si torna sempre lì, scappatoia non c’è, altra strada non c’è. Bisogna anche tenere presente che certi modi di pensare sono ormai così diffusi da sembrare normali, e invece non per questo cessano di essere distorsioni, forme patologiche. Allora la scelta diventa se aderire alla patologia, o salvarsene. Reagire.

Ma poi quali sono queste stelle polari? Perché oggi tutto è valore, il valore è un valore: io valgo, valgo in soldi, dice persino la pubblicità. Il denaro è un valore, e così la fama, il successo, direi anche la prepotenza, il non fare la fila per affermarsi.
Ma sono i valori primari ciò di cui parliamo: quelli irrinunciabili, come la democrazia.

La democrazia cos’è? Che tutti possono parlare, votare, guardare la televisione? Cos’è la democrazia? Se lo chiedo a un giovane, non lo sa. Non sa rispondere. Cos’è la democrazia, dottor Caponnetto?
È la possibilità di rimettere sempre tutto in gioco.

Una risposta che è una perla, e mi sembra perfetta per chiudere qui. Caponnetto è stanco, ma nel salutarmi mi concede un onore, mi stringe forte le mani, con affetto e io sento una strana commozione sottopelle, che fatico ad arginare. Sulla strada del ritorno guido sotto un inferno sfarinato di neve, viene giù e sembra voler sommergere tutto, gli alberi, la strada, la macchina con me e Claudia dentro, ma io risento il calore di quella stretta, e non ho freddo né paura.

Lascia un Commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.

*


− sette = 0