Non è finito tutto

La graphic novel su Antonino Caponnetto

Non è finito tutto, Caponnetto a fumetti. L’antimafia con la penna di un catanese

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Di Luisa Santangelo (Ctzen)

Si chiama Luca Salici, è nato a Catania trent’anni fa, ma da tre vive a Roma. Nella Capitale, grazie all’associazione da Sud, ha sceneggiato la graphic novel che racconta la vita di Antonino Caponnetto, il giudice che ha fondato il pool antimafia di Palermo, conosciuto per lo più per una frase: quel «È finito tutto» sussurrato davanti alla telecamera di un giornalista il giorno della morte di Paolo Borsellino.

«L’unica immagine che i media ci restituiscono di Antonino Caponnetto è datata 19 luglio 1992: è in via D’Amelio, ha appena saputo che Paolo Borsellino è morto, e davanti alla telecamera di un giornalista scrolla le spalle, tiene la testa bassa e dice “È finito tutto, è finito tutto”». Antonino Caponnetto è stato il fondatore del pool antimafia. Quella che descrive Luca Salici, trentenne catanese emigrato a Roma da tre anni, è la scena che le televisioni mandano in onda più spesso quando parlano della strage che ha ammazzato Paolo Borsellino. «Ma Caponnetto di quella frase si pentì poco dopo», continua Luca. Per raccontare chi era, Luca è diventato lo sceneggiatore di Non è finito tutto, la graphic novel che racconta la storia del giudice nisseno che – dopo una vita passata a Firenze – è tornato in Sicilia a sostituire Rocco Chinnici, morto in un attentato di mafia.

«Collaboro con l’associazione da Sud, attorno alla quale si riuniscono molti meridionali che si occupano di mafia», racconta Luca. Tra gli attivisti, anche il giornalista calabrese Giovanni Tizian, minacciato dalla ‘ndrangheta a causa del suo lavoro a Modena. Proprio mentre lavorava per da Sud Luca Salici ha trovato il modo di realizzare un’idea che aveva in testa da un po’. «Ho cominciato a lavorarci circa un anno fa, la figura di Caponnetto mi è sempre piaciuta: è stato il fondatore del movimento di antimafia sociale, ci ha presi per mano e ci ha fatto capire tante cose». Quindi ha preso la frase per la quale è conosciuto da tutti, e l’ha ribaltata, «dandole il senso che veramente aveva». I disegni – realizzati da Luca Ferrara, trentenne torinese – si sommano alle parole che lo sceneggiatore etneo ha messo insieme per raccontare un uomo. «Antonino Caponnetto non dev’essere considerato un eroe, bensì un modello da imitare, un esempio». Agire, non delegare: «Spesso tendiamo a credere che l’antimafia sia compito del Roberto Saviano di turno – afferma Luca Salici – però non può andare avanti così».

«Ho incontrato Caponnetto quando gli hanno dato la cittadinanza onoraria a Catania, ero poco più di un bambino». Ma tutto è cominciato da lì, dal lavoro «che faceva per contestualizzare la mafia». Per questo serve qualcuno che dica «chi è, senza zoomare troppo su Falcone e Borsellino, guardando la storia allargando il campo». Testimonianze di amici, parenti, atti giudiziari, interviste. E citazioni: «Il libro comincia con degli stralci dell’ultima intervista a Rocco Chinnici, fatta da Lillo Venezia e pubblicata su I Siciliani di Pippo Fava». Centocinquantadue pagine, pubblicate dalla casa editrice indipendente Round Robin, e distribuite in tutt’Italia. «Da settembre – anticipa – faremo le presentazioni nelle scuole». Incoraggiati anche dal «grande successo avuto ad Alcamo: era pieno di ragazzi».

Ma lo scopo di Non è finito tutto non è solo di regalare un ritratto di Antonino Caponnetto, «è anche sfatare un luogo comune: che l’antimafia sia sfigata, che non serva a niente, che non dia frutti». Ogni volta che si è tentato di «ribaltare questo cliché, sono state create grandi figure, tipo quella diPeppino Impastato». Certo, «Caponnetto è morto anziano, nel suo letto, circondato dai suoi cari». È un uomo normale, «ha mantenuto un profilo basso, al suo funerale non c’era nemmeno una figura che venisse dalle istituzioni». Meno cinematografico, «però più intimo». E per descriverlo al meglio, quello di Luca nel capoluogo isolano fatto di uffici della procura e dei faldoni del maxiprocesso «è stato un viaggio emozionante». «Probabilmente una delle testimonianze più toccanti che ho raccolto – conclude – è stata quella di Manfredi Borsellino, il figlio di Paolo. Mi ha fatto un discorso sulla Sicilia, su quanto è stato semplice per lui scegliere di rimanere a Palermo nonostante il suo passato. Era commovente sentirlo parlare dell’amore per la Sicilia».

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